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Addio a Mike Ditka: è morto a 86 anni Iron Mike, l’uomo che ha incarnato i Chicago Bears

È morto a 86 anni Mike Ditka, tight end da Hall of Fame e head coach dei Chicago Bears del Super Bowl XX. La carriera, i numeri e l’eredità di Iron Mike.

Mike Ditka Chicago Bears
Mike Ditka Chicago Bears (credit: AP Photo/Rob Kozloff, File)

Mike Ditka è morto venerdì 9 ottobre a 86 anni, nove giorni prima del suo ottantasettesimo compleanno. La notizia è arrivata con un comunicato della famiglia, diffuso da Jarrett Payton, figlio di Walter. La causa della morte non è stata resa nota. Nel testo i familiari ricordano che il mondo lo conosceva come giocatore da Hall of Fame, allenatore leggendario e guida dei Bears del Super Bowl XX, mentre in casa era «il cuore della nostra famiglia».

Con lui se ne va molto più di un allenatore vincente. Ditka ha incarnato i Chicago Bears in tre vesti diverse: da tight end negli anni Sessanta, da head coach negli anni Ottanta e poi, per oltre trent’anni, da volto pubblico di una città che in lui si è sempre riconosciuta. Sono due i titoli che i Bears hanno vinto dal 1963 a oggi, e in entrambi c’è la sua firma: il campionato NFL del 1963 da giocatore e il Super Bowl XX da allenatore.

Da Aliquippa a Chicago: il ragazzo dell’acciaio

Mike Ditka nasce il 18 ottobre 1939 a Carnegie, in Pennsylvania, e cresce nella vicina Aliquippa, in mezzo alle acciaierie e alle miniere di carbone dell’ovest dello Stato. Il padre fa il saldatore e cambia il cognome della famiglia, che in origine era Dyczko. Per un ragazzo di quella valle il football è la strada più breve per non finire in fabbrica. Una borsa di studio lo porta all’Università di Pittsburgh, dove nel 1960 diventa All-American.

Nel Draft del 1961 i Bears di George Halas lo scelgono con la quinta chiamata assoluta. Anche la AFL lo vuole, a Houston, ma Ditka sceglie Chicago. La sua prima stagione resta una delle migliori mai giocate da un rookie: 56 ricezioni, 1.076 yards e 12 touchdown in 14 partite, con il premio di Rookie of the Year. Il primato di yards per un tight end al primo anno ha resistito 63 anni, fino a Brock Bowers nel 2024. Quello dei touchdown è ancora suo.

Il tight end che cambiò il ruolo

Prima di Ditka il tight end era soprattutto un bloccatore in più sulla linea di scrimmage. Con lui, e con John Mackey a Baltimore, il ruolo diventa un’arma del gioco aereo e costringe gli attacchi di tutta la lega a ripensarsi. Ditka bloccava come un uomo di linea e, una volta ricevuto il pallone, andava a cercare il contatto invece di evitarlo. Nelle prime quattro stagioni è stato il tight end con più ricezioni di tutta la NFL. Il soprannome “Iron Mike” nasce lì, e non ha mai avuto bisogno di spiegazioni.

L’azione che lo racconta meglio è del 24 novembre 1963, a Pittsburgh, due giorni dopo l’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. I Bears sono sotto 17-14 nell’ultimo quarto quando Ditka riceve un passaggio di Bill Wade, si libera di mezza difesa degli Steelers e guadagna 63 yards prima di crollare a terra senza più fiato. Il field goal che segue vale il 17-17 e tiene Chicago davanti ai Packers in classifica. Halas la definì una delle più grandi giocate individuali viste in quarant’anni di football. Cinque settimane dopo, al Wrigley Field, i Bears battono i Giants 14-10 e sono campioni NFL.

I numeri di Chicago dicono 316 ricezioni, 4.503 yards e 34 touchdown in sei stagioni, senza mai saltare una partita. Il rapporto con Halas, però, si rompe sui soldi. Ditka disse in pubblico che il vecchio proprietario lanciava i nichelini come se fossero tombini, e prima della stagione 1967 fu ceduto agli Eagles. Dopo due anni opachi a Philadelphia arriva Dallas, dove gioca quattro stagioni e si prende l’ultima soddisfazione: nel Super Bowl VI riceve da Roger Staubach il touchdown da 7 yards che chiude il 24-3 sui Dolphins.

Il conto finale della carriera è di 427 ricezioni, 5.812 yards e 43 touchdown in 158 partite, con cinque convocazioni al Pro Bowl. Nel 1988 Ditka è diventato il primo tight end ammesso nella Pro Football Hall of Fame.

Il ritorno a casa e la promessa del 1982

Ritiratosi nel 1973, Ditka resta ai Cowboys per nove stagioni come assistente di Tom Landry e vince un altro anello con il Super Bowl XII. Da Landry impara l’organizzazione, anche se i due non potevano essere più diversi: il primo impassibile sotto il cappello, il secondo incapace di nascondere un’emozione. Nel 1982 è proprio Halas, l’uomo con cui aveva litigato, a richiamarlo a Chicago come decimo head coach della storia della franchigia. I Bears avevano chiuso in positivo due sole stagioni delle ultime diciannove.

Mike Singletary ha raccontato più volte la prima riunione di squadra. Ditka disse ai giocatori che entro tre anni i Bears sarebbero arrivati al Super Bowl, e che molti dei presenti non avrebbero fatto parte di quel gruppo. La prima stagione, accorciata dallo sciopero, finì 3-6. Halas morì nell’autunno del 1983 e non vide mai la sua ultima scommessa andare a segno. Nel 1984 arrivarono il primo di cinque titoli consecutivi della NFC Central e la finale di conference, persa contro i 49ers.

1985: la squadra che non faceva prigionieri

La stagione 1985 è il motivo per cui il nome di Ditka è conosciuto anche da chi non ha mai visto una partita di football. Quei Bears erano una corazzata, una corazzata rumorosa e piena di personaggi: Walter Payton, il quarterback ribelle Jim McMahon, il rookie William “Refrigerator” Perry e una difesa con Mike Singletary, Richard Dent, Dan Hampton e Steve McMichael, affidata a Buddy Ryan. Ditka e Ryan si sopportavano a fatica e litigavano su quasi tutto. La squadra vinse lo stesso, e qualcuno sostiene che abbia vinto proprio per questo.

Chicago vinse le prime dodici partite e perse soltanto a Miami, 38-24, in un Monday Night. All’indomani di quella sconfitta, due dozzine di giocatori incisero “The Super Bowl Shuffle”, un video rap in cui annunciavano il titolo con quasi due mesi di anticipo. Nei playoff i Bears non concessero nemmeno un punto a Giants e Rams.

Alla vigilia della finale di conference Ditka spiegò che nel football esistono squadre che si chiamano Smith e squadre che si chiamano Grabowski, e che i suoi Bears erano dei Grabowski: gente che lavora, con un cognome difficile e le mani sporche. Chicago adottò quella definizione e non l’ha più lasciata. In quella frase c’era tutto il suo modo di intendere il mestiere. Ditka non voleva una squadra semplicemente competitiva. Voleva una squadra che vincesse e che somigliasse alla città per cui giocava.

Il 26 gennaio 1986, a New Orleans, il Super Bowl XX finì 46-10 contro i New England Patriots, all’epoca la vittoria più larga nella storia della finale. La difesa forzò sei palle perse, mise a segno sette sack e concesse 123 yards totali, di cui appena 7 su corsa. A fine partita i giocatori portarono fuori dal campo a spalla sia Ditka sia Ryan. Pochi giorni dopo il coordinatore difensivo se ne andò ad allenare gli Eagles.

Il rimpianto per Walter Payton

Quella sera ha lasciato a Ditka anche il rimpianto più grande della carriera. Nel terzo quarto, a partita ormai decisa, i Bears si trovarono in situazione di 1° & goal a 1 yard dalla endzone. Payton, che aveva tenuto in piedi la franchigia negli anni peggiori, era stato fermato a 61 yards in 22 portate e non aveva ancora segnato. Ditka chiamò la corsa di Perry, un defensive tackle. Anni dopo ha ammesso di non averci nemmeno pensato, e di avere capito troppo tardi quanto quel touchdown contasse per il giocatore che considerava il più grande Bear di sempre. Per un uomo che non chiedeva scusa quasi mai, è stata un’ammissione rara.

Un solo anello e la domanda che resta

Tra il 1984 e il 1988 i Bears hanno dominato la loro division, eppure il Super Bowl XX è rimasto l’unico. Dopo il titolo arrivarono due eliminazioni consecutive al Divisional Round e, nel 1988, un’altra finale di conference persa contro San Francisco. Le spiegazioni sono tante: la partenza di Ryan, gli infortuni continui di McMahon, la distrazione di una squadra diventata un fenomeno pubblicitario. Nessuna chiude davvero la questione. Il decennio è passato alla storia come quello dei 49ers, mentre ai Bears è rimasta la stagione singola più citata di sempre.

Mike Ditka in spalla a Steve McMichael e William Perry dopo Super Bowl XX
Mike Ditka in spalla a Steve McMichael e William Perry dopo Super Bowl XX (credit: AP Photo file)

Ditka, intanto, pagava di persona. Nel 1988, a 49 anni, ebbe un infarto a stagione in corso e tornò in sideline dopo meno di due settimane. Quell’anno fu votato per la seconda volta Coach of the Year, dopo il premio del 1985. Il carattere era quello che McMahon descriveva paragonandolo a un personaggio dalle personalità multiple: calmo un minuto, pronto a scagliare la lavagnetta quello dopo. Finché si vinceva, funzionava. Nel 1992 i Bears chiusero 5-11 e il 5 gennaio 1993 Ditka fu licenziato, con un bilancio di 106 vittorie e 62 sconfitte in stagione regolare e sei titoli di division in undici anni.

Quel giorno, davanti ai giornalisti e con gli occhi lucidi, si presentò come un ragazzo qualunque uscito da Aliquippa nel 1957 per giocare a football.

«Da allora la mia vita è stata un miracolo, grazie a questo sport.»

Mike Ditka, 5 gennaio 1993

New Orleans e l’azzardo Ricky Williams

Il ritorno in panchina, nel 1997 con i New Orleans Saints, è la pagina meno riuscita. In tre stagioni Ditka mise insieme 15 vittorie e 33 sconfitte. Nel Draft del 1999 cedette tutte le scelte di quell’anno, più il primo e il terzo giro del 2000, per salire alla numero 5 e prendere il running back Ricky Williams, vincitore dell’Heisman Trophy. La copertina di ESPN The Magazine con Williams in abito da sposa e Ditka in smoking è rimasta il simbolo di quell’azzardo. La stagione finì 3-13, la peggiore della sua vita nel football, e Ditka non allenò più. Il bilancio complessivo da head coach è di 121 vittorie e 95 sconfitte in quattordici stagioni.

“Da Coach”: il personaggio oltre il campo

La seconda vita di Ditka è stata lunga quasi quanto la prima. Ha lavorato come analista per NBC, CBS e soprattutto ESPN, ha aperto ristoranti con il suo nome, ha prestato il volto a decine di pubblicità ed è comparso in serie televisive e film. Il soprannome “Da Coach” viene dagli sketch del Saturday Night Live sui “Superfans” di Chicago, tifosi baffuti convinti che Ditka potesse battere chiunque, anche da solo. Lo sketch rideva di un’idea che in città era quasi seria.

Ditka sapeva di appartenere a un’altra epoca e non se ne è mai scusato. Ha descritto i Bears del 1985 come una squadra di personaggi che giocava per un pazzo e si divertiva a farlo, e ha detto di non avere alcun desiderio di somigliare agli allenatori in giacca e cravatta delle sideline di oggi. Era un giudizio ingeneroso verso i colleghi più giovani, ma era anche un autoritratto onesto.

Accanto al personaggio c’era un impegno meno visibile. Ditka si è battuto per migliorare l’assistenza medica e le pensioni degli ex giocatori, anche attraverso il Gridiron Greats Assistance Fund, ed è stato per anni vicino a Misericordia, la struttura di Chicago che assiste persone con disabilità. Conservatore dichiarato, nel 2004 fu indicato come possibile candidato repubblicano al Senato contro Barack Obama, ma non si presentò mai a un’elezione. Negli ultimi anni la salute lo aveva tenuto lontano dalla scena: un lieve ictus nel 2012, un secondo infarto nel 2018. Nel dicembre 2013 i Bears hanno ritirato la sua maglia numero 89, annunciando che sarebbe stata l’ultima nella storia della franchigia.

Il lutto alla vigilia di Bears-Packers

La notizia è arrivata a due giorni dalla partita che Ditka sentiva più di ogni altra. Domenica alle 19:00 italiane i Bears, che hanno un record di 3-1, giocano al Lambeau Field la sfida numero 214 contro i Green Bay Packers. Proprio da Green Bay è arrivato uno dei messaggi più significativi. I Packers lo hanno ricordato come uno degli agonisti più feroci della storia della NFL e come un uomo che ha contribuito a definire l’intensità della rivalità più antica del football professionistico. Secondo il Chicago Sun-Times, con ogni probabilità i Bears scenderanno in campo con un adesivo sul casco o una patch sulla maglia in suo onore.

I Bears hanno definito incalcolabile il suo impatto sulla franchigia, da giocatore, da allenatore e da ambasciatore. Il commissioner Roger Goodell ha scritto che Ditka ha incarnato il football per decenni, con intensità e autenticità. Il governatore dell’Illinois JB Pritzker e l’ex presidente Barack Obama hanno diffuso messaggi di cordoglio. Ben Johnson, l’attuale head coach, lo ha definito il «gold standard» di Chicago e ha detto di sentirsi onorato di occupare la stessa sedia. Sugli schermi esterni del Soldier Field è comparsa un’immagine in suo ricordo.

Che cosa lascia Iron Mike

Il bilancio di Ditka non si esaurisce nei numeri, che pure sono da Hall of Fame. Altri allenatori hanno vinto di più, e altri tight end hanno poi riscritto le statistiche del ruolo. Nessuno, però, ha rappresentato una città e una squadra con la stessa aderenza. Insieme a Tom Flores è l’unico ad aver vinto il Super Bowl da giocatore, da assistente e da head coach. A Chicago serve molto meno per ricordarlo: basta dire “Da Coach”, e tutti sanno di chi si parla.