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Quando l’universo NFL è donna

Non solo e non più cheerleaders. La progressiva trasformazione del gentil sesso da contorno a fulcro della NFL


Non pensiate che il football sia uno sport per uomini duri, o almeno, “solamente” uno sport per uomini. Tante donne lo guardano con entusiasmo, e altrettante riescono a entrare in un mondo dominato dagli uomini, per il fatto che almeno il 90% di coloro che ci lavorano sono prettamente degli uomini. Eppure c’è un 10%, che ci lavora, alacremente, come a partire da coloro che realizzano i weekly release. Sono autentiche risorse per coloro che vogliono aver a che fare con una marea di numeri, statistiche, notizie. Da tifoso dei Saints, l’ultimo weekly release è lungo 115 pagine, e francamente ha poco senso mettersi comodi a leggere un pdf di 115 pagine sulla prossima partita contro i Buccaneers.

Ma possiamo pensare che, gran parte di questo documento sia stata redatta anche da una donna, che dietro una tastiera, ha messo tutto in maniera perfetta, completa di formattazione, completa di frasi in grassetto che vi aiuteranno anche a gestire i punti salienti.

E allora vogliamo portarvi a parlare di tutte quelle donne che mettono i pantaloncini corti, e con un fischietto al collo, comandano una cinquantina di uomini, che di settimana in settimana, ci fanno sperare di vederli sollevare un trofeo, o sperare che non tankino di partita in partita.

La Prima, Jennifer Welter

Bruce Arians, nel 2020, è riuscito a inanellare una serie di successi di mercato, pari a quelli che gente come Sir Alex Ferguson nel Manchester United, o addirittura, per rimanere in America, quando Pat Riley ha smosso mari e monti per far traslocare Lebron James da Cleveland a Miami. Arians ha firmato Tom Brady, gioiello pregiato della corona Patriots, per i Buccaneers. Il progetto alla base ha convinto così tanto Brady, che ha chiesto, ottenuto, e ha già messo a disposizione il talentoso WR Antonio Brown.

Ma Bruce Arians è un pioniere nel campo delle prime volte. Ha vinto gli ultimi 2 Super Bowl, come allenatore dei WR e poi come coordinatore offensivo per i Pittsburgh Steelers. Caratterialmente, è uno che comanda, e ha 3 modi per farvi capire come si devono fare le cose: c’è un modo sbagliato, c’è un modo giusto, e c’è quello che vuole Arians. Lascio a voi scegliere quale sia il migliore dei tre.

E nella parentesi che lo ha visto ad Arizona, non delle migliori, aveva accanto a se una donna: Jenn Welter

157 centimetri di altezza, bicipiti da running back (ruolo che ha giocato come semi-professionista in tackle football e anche con le armature), due lauree in psicologia sportiva, da Boston College (quella della ACC), e un commento da parte dell’ex Cardinal, Tyrann Mathieu: «abbiate pazienza, ma la meno sorpresa dovrebbe essere lei stessa. Hanno draftato me, hanno creduto in me (dopo che a LSU, è stato arrestato per possesso di marijuana, ndr), secondo voi dovrebbe stupirvi che una donna ci alleni? Questo la dice semplicemente lunga su quanto gli Arizona Cardinals siano avanti nei tempi»

La prima donna, ad allenare una squadra dell’NFL, non si è fatta attendere, e ci sono foto su internet, con lei davanti a uomini così tanto alti e grossi, che quasi fa specie vederla così a suo agio.

Ad un passo dal Super Bowl: Katie Sowers

Purtroppo, la seppur breve esperienza di Welter è stata intensa, ma improduttiva, c’è stata una donna che è arrivata a sfiorare il Lombardi Trophy da allenatrice, Katie Sowers

Katie, laurea in kinesiologia al Central Missouri, per quanto sia la “seconda” per importanza, è la prima donna apertamente omosessuale: è lei, il primo allenatore LGBTQ dell’NFL. Tra le leghe sportive più importanti d’America, Sowers ha anche avuto l’onore di essere la prima. E il passaggio non è stato nemmeno dei più facili. La sua alma mater,  Goshen College, le ha impedito di essere una allenatrice volontaria, proprio per il suo orientamento sessuale. Si è presa tutto, con gli interessi, iniziando da Atlanta, poi come stagista a San Francisco, per rimanerci come assistente allenatrice dell’attacco.

Se persino Jimmi G la chiama “coach Sowers” è perché ha guadagnato il rispetto dello spogliatoio.

Una preparatrice atletica: Emily Zaler

Uno tirocinio come preparatrice atletica le ha spalancato le porte nella Mile High city. Ha studiato scienze motorie all’Università dell’Oregon, giocandoci anche come portiere nella squadra di calcio, e poi, bussa alla porta della corte di Vic Fangio.

Il fatto che però, sia passata immediatamente da stagista, a membro effettivo della preparazione atletica, è ancora più impressionante dato che la sua assunzione sia stata fatta nell’anno in cui il Covid ha imperversato per tutto il mondo.

Ha lavorato per i New York Knicks, nella stagione 2019-2020. Poi è arrivato il Covid, lei è stata licenziata, ma ha trovato a Denver una nuova casa, un nuovo modo di poter far vedere che anche le donne sono assolutamente capaci di dirigere la parte atletica, e non solo quella tattica.

Il cerchio si chiude, con altre creature di Arians:

Maral Javadifar e Lori Locust

Maral Javadifar

Bruce Arians ha un debole, professionalmente parlando, per le donne: Maral Javadifar è una preparatrice atletica dei Buccaneers, tanto quanto Bruce è il capo allenatore. Entrambi sono a Tampa dal 2019. Può essere questo il segreto della rinnovata giovinezza di Tom Brady e il suo braccio che spara missili da oltre 40 yard?

Di sicuro, la difesa (più nello specifico, è l’assistente coordinatrice della defensive line) è nelle mani di Lori Locust, e questo segna di nuovo un record per Bruce Arians: mai nella storia dell’NFL, due donne hanno avuto il titolo di allenatore nella stessa squadra

Lori Locust

Giovani coach di importazione:

Ashley Rush ai Giaguari Torino

Ho conosciuto Ashley, brevemente ma di persona, prima che il Covid colpisse duramente l’Italia, quando i Giaguari Torino stavano iniziando gli allenamenti per far partire la stagione. Ashley era lì, felpa d’ordinanza, con il Giaguaro stampato sopra, zaino in spalla, a controllare attentamente gli allenamenti. C’erano 3 ragazzi extra-italiani (Cory Benedetto, Elijah Fera e Kris Clark) che non spiccicavano una parola d’italiano, e lei era tra le poche che traduceva.
Era pienamente calata nel suo ruolo di stagista, e a quanto posso sapere, è la prima donna, stagista, e americana, ad essere entrata (anche se temporaneamente) nelle file del coaching staff di una squadra di Ia Divisione in Italia.
L’ho intervistata, via Zoom, mentre lei era nella California Settentrionale, nella sua pausa pranzo, tra una lezione e l’altra (frequenta il corso di economia aziendale presso l’Università del Nevada-Reno)
«Spero che la connessione internet regga, non so, è tutto il giorno che mi da da penare!»
Ciao Ashley, Come stai? Come hai vissuto la “grande fuga” dall’Italia, e dalla pandemia?  L’ultima volta che ci siamo visti è stata allo stadio Primo Nebiolo di Torino,  il campionato non è mai partito.
«È stato folle, è stato triste lasciare l’Italia, anche perché tutto è capitato in maniera rapidissima, sarei voluta rimanere, ma alla fine la pandemia ha colpito anche gli Stati Uniti»
Lo so, e purtroppo le cose non sembrano nemmeno mettersi per il meglio anche qui in Italia, al momento. Ma il prossimo campionato inizierà, secondo le previsioni, l’11 aprile. 
«Fantastico, meno male»
Come detto, la prima domanda d’obbligo è: “come ha fatto una giovane ventunenne californiana, a venire in Italia, e ritrovarsi stagista in una squadra di football americano?”
«Sono cresciuta a base di football, in famiglia, sono stata una cheerleader al liceo, e ho anche fatto parte per un po del coaching staff dell’Università in cui studio, e a 19 anni ho voluto fare un’esperienza di studio all’estero, e ho scelto l’Italia, per approfondire gli studi di economia aziendale. Una volta in Italia, ho avuto quindi il modo di essere coinvolta con i Giaguari. Non l’avevo pianificato, è semplicemente capitato. E ho colto l’occasione»
Una fortunata combinazione di coincidenze astrali, quindi. Qual era il ruolo che avevi con i Giaguari, e speri di poter iniziare una carriera nello sport, e in particolare nel football americano?
«Ero di sicuro una stagista, ma avevo anche il ruolo di preparatrice atletica, data anche la mia esperienza pregressa, ma dopo un po’ di tempo ho avuto modo anche di prendermi cura degli infortunati, e specialmente degli infortuni muscolari. Visto il fatto che studio comunque economia, sarebbe bello essere coinvolta nel marketing, o comunque eventi sportivi»
Quale squadra tifi, dell’NFL intendo, e per il proseguo della stagione, magari anche dell’NCAA.
«Sono californiana, e abbiamo un bel po’ di squadre, ed essendo del nord, tifo per i 49ers. Ma avendo studiato in Italia da agosto 2019, fino praticamente al 2020, ho pressoché mancato tutta la stagione, non sono riuscita a vederla. Se non si fosse giocata questa stagione 2020, sarebbe stata una personale delusione. Che non sono mancate: gli infortuni hanno colpito tanti giocatori, anche per il fatto che si allenano tanto, affinano le loro capacità, ma visti anche i protocolli che sono stati messi in piedi per prevenire il contagio di coronavirus, si vede anche un prolungamento dei tempi di recupero. Dal mio punto di vista, sono contenta che il football ci sia, e la mancanza dell’off-season ha causato più danni che altro. Saquon Barkley si è infortunato all’inizio della stagione, Jimmy Garoppolo si è infortunato alla caviglia due volte, Dak Prescott se l’è rotta addirittura, in un infortunio terribile» (l’intervista è stata realizzata prima dell’inizio della week 8, prima dell’infortunio di Kyle Allen)
L’abbiamo visto, anche le foto, ne abbiamo parlato nel podcast, è stata un’immagine orribile. NCAA, stagione stranissima, non ci sono state le tradizionali sfida extra-conference, la Pac-12 sta per ricominciare tra un paio di settimane. E Trevor Lawrence, miglior QB degli ultimi anni, s’è beccato il covid. Secondo te, è stato giusto giocare, oppure avrebbero fatto meglio a dire “facciamo una stagione primaverile più corta, e chi vuole andare al Draft, vada pure, non ci sono problemi”?
Per quanto riguarda la NCAA, non so bene, non ci ho capito tanto. Ma l’opportunità dei Senior (studenti del 4° e ultimo anno di corso undergraduate) di giocare sarebbe stata una cosa tragica non giocare, perché avrebbero perso l’opportunità di andare al draft. Al momento i protocolli funzionano, e possiamo anche sperare in una sorta di immunità di gregge leggera, con un contagio tollerabile e non così aggressivo. Mettendo sempre la mascherina, e non permettendo agli spalti di riempirsi. L’impalcatura, per la stagione, ha funzionato finora, e comunque il covid non ci sarà per sempre, il vaccino arriverà, e potremo dimenticarci tutto.
Grazie mille Ashley, e speriamo di rivederci.
Grazie a te, Ruben

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