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Alex Smith: epopea di un comeback

Un terribile infortunio, diciassette (17!) operazioni chirurgiche, un’amputazione scampata per miracolo e la vita stessa appesa ad un filo. Questa è la storia di un uomo, che ha il privilegio di essere un quarterback nella National Football League e che, riemerso da un autentico calvario aldilà di e contro ogni pronostico, merita una candidatura a […]


Un terribile infortunio, diciassette (17!) operazioni chirurgiche, un’amputazione scampata per miracolo e la vita stessa appesa ad un filo. Questa è la storia di un uomo, che ha il privilegio di essere un quarterback nella National Football League e che, riemerso da un autentico calvario aldilà di e contro ogni pronostico, merita una candidatura a Comeback Player of the Year, anche se non dovesse mai scendere in campo per il Washington Football Team.

 

22 novembre 2018: “Our first priority is we’re going to save his life. And then we’re going to do our best to save his leg. And anything beyond that is a miracle.” Una frase che un medico rianimatore o intensivista o un chirurgo di traumatologia pronuncia centinaia di volte nella propria carriera, che impara a scandire da specializzando, ingoiando il cuore, mentre guarda negli occhi un padre, una moglie, dei figli, dei nipoti, tentando di non sfuggire alla paura negli occhi dei propri interlocutori: “La nostra priorità è salvare la sua vita. E in seconda battuta, faremo del nostro meglio per salvare la sua gamba. E qualsiasi altra cosa sarà un miracolo”. Così i medici che hanno in cura Alex Smith, guidati dal Dottor Steve Malekzadeh, si rivolgono alla moglie Elizabeth.

 

18 novembre 2018: Al FedEx Field di Landover, Maryland, casa dei furono Redskins di Washington, i padroni di casa e gli Houston Texans si stanno dando battaglia per una W fondamentale per la corsa ai playoffs. Quando mancano 7 minuti e 43 secondi alla fine del terzo quarto, JJ Watt (come se non bastasse solo lui, uno dei più grandi “sack artists” dell’era moderna) e Kareem Jackson realizzano un sack a sandwich ai danni del QB dei Redskins, l’ex prima scelta assoluta da Utah, che resta a terra preda di un dolore lancinante, causa la contorsione innaturale della gamba destra, che fa storcere gli occhi persino a chi in campo si è fatto uno stomaco di ghisa dopo anni di touchdown ma anche di sangue, fratture e commozioni cerebrali.

Alexander Douglas Smith, uno dei QB più esperti e dal rendimento più regolare in circolazione, è alla prima stagione nella capitale, proveniente da Kansas City dove la sua carriera ha finalmente svoltato durante un lustro alla scuola di Andy Reid. Prima, il ricordo di anni sofferti a San Francisco, trascorsi non solo nel vano tentativo di rinverdire i fasti di una nobile franchigia decaduta, ma anche sotto il peso del pesantissimo fardello di prima scelta assoluta del draft 2005, in cui i 49ers lo preferirono ad Aaron Rodgers come quarterback del futuro, con risultati però diametralmente opposti rispetto all’icona dei Packers.

Nelle prime nove gare stagionali del 2018, Smith non è riuscito a garantire ai Redskins lo stesso rendimento espresso con i Chiefs, anche in ragione del livello mediocre della squadra allenata da Jay Gruden. Alex è però un leader e lo scontro con Jackson e Watt sconcerta immediatamente i compagni di squadra (e anche gli avversari, infatti Smith è uno dei giocatori sicuramente più rispettati della lega), che si inginocchiano in preghiera sul campo durante i soccorsi,

La diagnosi che poche ore dopo emerge è di frattura spiroide scomposta di tibia e perone. Le ossa hanno sofferto una rotazione sul loro asse che ha causato la frattura, un infortunio da subito apparso molto serio oltre che doloroso. Alex viene operato l’indomani, l’intervento sembra riuscito, per il recupero si parla di una lunghissima degenza e riabilitazione ma la carriera dell’ex Ute non sembrerebbe a repentaglio.

Torniamo al 22 novembre 2018. Giovedì, Thanskgiving, Festa del Ringraziamento, la ricorrenza per eccellenza negli Stati Uniti d’America. Alex ha passato gli ultimi due ultimi giorni in stato febbrile, molto provato dalle conseguenze della chirurgia. La sua pressione arteriosa e il suo ritmo cardiaco preoccupano. Si teme un rischio di trombosi e si agisce di conseguenza con la scelta dei farmaci ma qualcosa non torna. Lo staff che lo assiste, finalmente, decide di rimuovere la fasciatura e scopre che la gamba di Smith ha cambiato colore, è bluastra o anche più scura, chiaramente infetta. Chirurgia d’urgenza. Si inizia a ripulire la ferita ma la diagnosi non può essere presa alla leggera: fascite necrotizzante, un’infezione molto aggressiva, che non riguarda solamente la ferita chirurgica, ma indica un attacco degli strati muscolari sottostanti. Non solo. Le analisi del sangue parlano chiaro, i batteri si sono diffusi nella circolazione e si spiega così l’andamento bizzarro della pressione sanguigna: Alex Smith sta lottando contro un’infezione generalizzata, una sepsi. Si tratta di una minaccia serissima per la sua stessa sopravvivenza. Per la moglie Elizabeth, un’ex cheerleader degli Oakland Raiders e per i genitori di Alex che sono presenti al suo fianco, questo è il Thanksgiving più triste. I ringraziamenti sono rimandati. Smith viene operato di nuovo il giorno seguente, l’infezione sta divorando la sua gamba, altro tessuto va rimosso, l’alternativa è l’amputazione e la priorità è la vita.

A fine novembre Smith rifiuta categoricamente l’opzione di amputare l’arto, approva il tentativo (che potrebbe o meno dare risultati) di trasferire parte del quadricipite della gamba sinistra per ricostruire il tessuto asportato dalla gamba destra infortunata. Un’operazione complessa, dall’esito incerto. La scommessa è grande, in caso di insuccesso resta solo l’amputazione sotto il ginocchio della gamba destra e la prospettiva di vivere con una gamba sinistra menomata dal prelievo del muscolo.

Alex Smith è un combattente, dietro alla faccia da bravo ragazzo casa e chiesa. Trascorre il Natale in casa, l’intervento per salvare la sua gamba sembra essere stato portato a termine con successo e da lì in avanti ci mette del suo, sottoponendosi ad altri interventi (il totale ammonterà a diciassette) per completare la ricostruzione della gamba e stabilizzare le ossa che lentamente tornano ad essere forti e solide. La riabilitazione lo vede dare il 200%, il suo obiettivo non è solo camminare senza dolore, non è solo tornare a correre, non è solo potere giocare spensieratamente con i tre figli. Anche questi sono obiettivi, ovvio, ma Smith ha deciso: vuole tornare a giocare.

16 agosto 2020: la notizia più attesa, alla fine del viaggio più impensabile. I medici del recentemente (e temporaneamente) ribattezzato Washington Football Team approvano l’attivazione di Alex Smith al roster attivo dalla PUP (Physically Unable to Perform) List, la lista dei giocatori sotto contratto ma reduci da infortuni. Alex si unisce ai suoi compagni per l’allenamento di giornata del primo training camp del regime di Ron Rivera nella capitale. Un’odissea, a lieto fine. Alex Smith potrebbe anche non scendere in campo per nemmeno un minuto nella stagione 2020. I Redskins, ops il Washington Football Team punta sulla prima scelta del draft 2019 Dwayne Haskins. Eppure, Alex è il suo primo mentore, senza egoismo e nel nome dello spirito di squadra e non ha bisogno di giocare a tutti i costi per dimostrare la sua conoscenza di football o la sua resilienza. Non ha bisogno di giocare nemmeno per meritarsi almeno una candidatura al premio di Comeback Player of the Year 2020.

22 novembre 1985, esattamente trentatré anni prima dell’infortunio di Alex Smith: Joe Theismann, storico quarterback dei Washington Redskins, subisce un sack ad opera di Lawrence Taylor (come se non bastasse solo lui, essendo LT uno dei più grandi “sack artists” della storia) e Harry Carson durante un Monday Night contro i New York Giants: frattura scomposta di tibia e perone della gamba destra (ci sembra di averle già scritte queste cose…). Faranno storia le immagini di LT che si sbraccia per invocare il pronto intervento dello staff medico, conscio dell’infortunio procuratosi dall’avversario. Altri tempi, altre situazioni, altre tecnologie mediche a disposizione. Fortunatamente, Theismann non patisce nessuna infezione che lo mette in pericolo di vita. Sfortunatamente, per lui si tratta però del capolinea di una carriera comunque consacrata dall’anello vinto da titolare al Super Bowl XVII in cui i Redskins hanno battuto i Miami Dolphins di Don Shula e dall’appartenenza alla College Hall of Fame per la sua carriera a Notre Dame.

 

Federico Aletti

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