Umberto Eco, famoso semiologo e docente all’Università di Bologna, era solito dire questa frase, ad ogni studente che andava da lui, quasi come un condannato a morte pronto a camminare fino al patibolo: “Si faccia una domanda, e si dia una risposta!”
Caro professore, noi la domanda ce la siamo fatta, e proviamo a dare una risposta a noi, e a tutti i lettori di Touchdown magazine. Ma dobbiamo partire (e so bene che non le piacerà), da una storia accaduta tempo prima.
Il 9 Novembre 2019, gli LSU Tigers hanno battuto gli Alabama Crimson Tide. E fin qui, nessun problema. I testimoni erano poco più di 102 mila persone che hanno tifato, urlato, pianto e esultato per tutti i 60 minuti di football. Alcuni spettatori eccellenti, tra cui The Donald con Melania, e 17 General manager della NFL. Sappiamo che c’erano quello dei Dolphins (che ha portato anche il contingente di scout più grosso) e dei Bills.
Possiamo solo presumere che oltre a Burrow e Tagovailoa, siano stati visionati anche qualche Wide Receiver, Edwards-Helaire, e qualche linemen.
Sono mere speculazioni, caro professore. Perché qualcuno dice che al posto di Burrow e Tagovailoa, ognuno con i suoi pregi e difetti, bisognerebbe prendere Justin Herbert, QB degli Oregon Ducks. Ed ecco che arriviamo a rispondere alla domanda che ci siamo fatti dall’inizio: chi cavolo è Justin Herbert?
Per alcuni strani calcoli statistici, il rating di Herbert non arriva nemmeno ad essere tra i top 10 della nazione, mentre quello di Tua (secondo), e Joe (quarto), hanno fatto sbavare metà degli scout della National Football League.
Ma forse lei, professore, viene e mi chiede…
Il solo rating, è sufficiente a giustificare una scelta nel draft diversa da quella che ci si aspetta?
No, perché ci sono anche altre cose da considerare. Joe Burrow è da 9 partite che sta facendo vedere di essere un legittimo contendente per l’Heisman Trophy: ha battuto una ex top 10 del ranking (Texas), e ha infilato un trittico di vittorie nella conference (Florida, Auburn e Alabama), che lo hanno messo sul serio sotto l’occhio di bue.
Tua ha tanti lati positivi, ma un solo grosso punto negativo: quelle caviglie sono simili a cristalli di Boemia finissimi. E come sanno bene le nostre zie e le nostre nonne, i cristalli si fanno uscire dalle scatole che sono nelle zone più buie dei nostri sgabuzzini solo nei momenti importanti. E le caviglie di Tagovailoa devono essere messe costantemente sotto osservazione.
E Justin? Lui ha perso contro Auburn la prima stagionale, poi ha vinto tutto quello che poteva vincere, dentro e fuori la Pac-12. Conference che però è da anni relegata dietro alla SEC (dove troviamo LSU e Alabama), Big Ten (quella di Ohio St.), la Big XII (quella di Oklahoma) e davanti alla ACC (dove c’è solo Clemson e Florida St.)
E se c’è una lezione che dobbiamo imparare proprio dagli Oregon Ducks, è quella relativa ai Tennessee Titans, che con tutta la fretta del mondo ha preso Marcus Mariota, e dopo 4 anni è stato relegato in panchina.
Quindi, la terza domanda che io e lei, caro prof. Eco, dovremmo farci è…
Sarà un nuovo episodio Ryan Leaf-Peyton Manning (più terzo incomodo)?
E chi può dirlo, caro professore!
Tutti gli scout della NFL, oltre ai numeri, cercano quello che gli analisti chiamano gli “intangibles”, che è un termine mutuato dalle teorie economiche, ove si ricerca il valore aggiunto, il guadagno marginale che tutti provano a massimizzare dopo l’utilizzo attuale di un bene o di un servizio. E nell’NFL questo fenomeno accade in maniera davvero molto limitata.
Io, caro prof., vorrei portarle però l’esempio di quel venusiano che gioca a Foxborough, che si chiama Tom, che a 42 anni circa suonatissimi è il riferimento. E sa, caro prof. (prometto, ultima domanda) in che posizione è stato scelto? 199simo!
Caro professore, spero di averle dato più certezze che dubbi, ma non so se sono stato capace di risponderle alla domanda che mi ero fatto.