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Aumentare il pubblico e i praticanti nel football: come fare?

Il football italiano può ambire a qualcosa di più di come è oggi? Siamo in crescita o siamo sempre ostaggio degli anni ’80?

flag football under10

Una delle più noiose discussioni che si sentono spesso (troppo spesso) nel football italiano è la questione dei “favolosi anni ’80” e di quanto il football fosse popolare in quell’epoca pionieristica. Pionieristica appunto, e per lo più supportata dai media in modo importante (rispetto ad oggi): in televisione si vedeva in chiaro la NFL, sui giornali sportivi si parlava “anche” di football americano (non come il calcio, ma sicuramente più di oggi, che quando va bene ci sono le due righe nascoste tra le brevissime), e poi era la novità del momento, la “moda americana” che proprio in quegli anni contagiava tutti i giovani dello stivale in qualsiasi ambito.

Con questo non si vuole sminuire il fenomeno degli anni ’80, ma allo stesso tempo se la crisi degli anni successivi ha portato il football quasi a sparire, forse qualche domanda su come sia stato gestito il “momento d’oro” bisogna che se la facciano un po’ tutti, e soprattutto gli “attori” di quel periodo.

Ora però, appurato che il football americano in Italia, sembra godere di una discreta salute, almeno in termini numerici (i dati del 2015 del CONI dicono che sono 7000 i tesserati FIDAF dei quali 5500 sono gli atleti), bisogna iniziare a pensare di aumentare la visibilità di questo sport, cosa non facile e soprattutto non realizzabile a breve termine… a meno che da domani non arrivi il magnate di turno che decida di “farlo” diventare popolare.

Cosa si può fare per aumentare la popolarità del nostro sport? Tra le tante ipotesi e proposte che abbiamo sentito negli anni, oggi ve ne illustreremo una che per molti rasenterà l’utopia, ma se non si prova, non si può dire che è impossibile: parliamo di “motivazione all’attività sportiva“, e a quello che potrebbe rappresentare a medio-lungo termine se applicata efficacemente al football americano.

Secono un articolo di Marta Bugari del 2015 sulla rivista State of Mind, l’attività sportiva nei bambini e negli adolescenti ha dei bisogni, delle esigenze ma soprattutto delle motivazioni che sono differenti a seconda della fascia d’età. Conoscere queste esigenze e assecondarle, può essere importante per aumentare le motivazioni e quindi per combattere sia l’abbandono adolescenziale dell’attività sportiva, che per “coltivare” una nuova passione, che potrebbe diventare indissolubilmente la passione della vita.

Chi l’ha detto che il football non possa diventare popolare? Perchè il calcio è così popolare (soprattutto in Italia)?

Se volessimo banalizzare potremmo rispondere che il calcio è popolare per due motivi: è semplice ed è ovunque.
Se invece volessimo seguire le indicazioni di uno studio del 2005 dello psicologo sportivo Alberto Cei, diremmo semplicemente che il calcio è così popolare perchè i bambini giocano a calcio fin da piccoli con continuità.

I dati di Cei dicono che tra i 3 e i 5 anni il 10% circa dei bambini gioca a calcio con continuità, ma tra gli 8 e i 10 anni questa percentuale sale fino a quasi il 50%. Il punto di svolta è la fascia dai 6 ai 7 anni, considerata ancora “acerba” per comprendere appieno la fase “competitiva” di uno sport, e quindi di vitale importanza per lo sviluppo cognitivo del bambino, a livello di motivazione sportiva. Fino agli 8 anni infatti, si parla di gioco più che di sport, e la chiave per far “innamorare” un bambino di uno sport, è farlo divertire, farlo giocare.

Sempre secondo Cei, un programma sportivo orientato solo all’ottenimento di un risultato e che non tenga in considerazione la complessità della motivazione favorisce infatti il fenomeno dell’abbandono precoce.

Quale suggerimento ci da questo studio?

Il primo è che se vogliamo aumentare il numero di praticanti, e di conseguenza, a cascata, aumentare la popolarità del football americano in Italia, dobbiamo puntare “in basso”, ovvero alla fascia d’età under10 che praticamente in Italia esiste solo in un paio di realtà (Rhinos Milano e Pirates Savona).

Andare a “divulgare” il football, o meglio, il flag football negli under10 non è sicuramente semplice, servono educatori e formatori, piuttosto che allenatori, e serve un’azione mirata e precisa sul territorio, quindi camp e progetti nelle scuole, negli oratori, nei camp estivi, e se si è fortunati (nel reclutamento), anche nelle squadre vere e proprie di football.

Ma l’obiettivo deve essere il “gioco” del football, non l’allestimento di squadre per partecipare a pseudo-campionati che si svolgono in 3-4 domeniche in stile di “riunione di condominio”. Un’azione per essere efficace deve essere continua, i bambini devono giocare “con continuità”, e farli giocare vuol dire farli divertire, mettendo in secondo piano il risultato sportivo e soprattutto facendo provare tutto a tutti. Non è in questa età che si può pensare di aver scoperto il nuovo Tom Brady, e non bisogna nemmeno pensare a questa eventualità.

La Federazione dovrebbe incentivare la nascita di vivai under10 sia ex novo che all’interno delle società sportive, senza che ci sia però alcuna necessità di organizzarne campionati o “concentramenti”, molto meglio lasciare che i piccoli crescano giocando tra loro, senza dover mettere in palio coppe o titoli, che servirebbero solo a riempire l’ego di qualche “allenatore” capace di trasformare il gioco in un lavoro.

Un progetto di sviluppo a medio-lungo termine

Una base solida non può prescindere da una solida programmazione. Un bambino di 6-7 anni che avrà giocato e si sarà divertito con il flag football, a 10 anni avrà probabilmente più motivazione nel continuare a praticare, ad un livello agonistico differente, lo sport che “lo ha cresciuto”, e magari in futuro diventerà un atleta completo di questo sport. Non è una formula magica ovviamente, ma solo una linea guida.

Far appassionare delle nuove leve è sicuramente il modo migliore di aumentare la popolarità del nostro sport, perchè come abbiamo visto nell’articolo “Perchè gli italiani che seguono la NFL non seguono il football italiano?” l’appassionato di NFL ha degli standard troppo diversi dalla realtà italiana, e se negli anni ’80 questo ostacolo veniva “aggirato” dall’impossibilità di seguire la NFL se non per poche ore settimanali con sintesi e highlights, oggi tra internet e pay tv la NFL l’abbiamo in casa.

Un ragazzo/a che inizia a giocare a football in Italia in tenerissima età, avrà come imprinting del football americano la realtà italiana, e quindi si appassionerà alle squadre, ai nomi e ai colori nostrani, e non noterà la “lentazza” del football di Prima Divisione rispetto alla NFL, non disdegnerà il campo di periferia rispetto al Gillette Stadium, semplicemente perchè quando avrà la capacità e l’interesse di seguire il “vero” football (come dicono in tanti), lo farà sapendo che sta guardando il top a cui aspirare e non lo farà pensando che in Italia si “scimmiotta” lo sport americano per eccellenza. Anzi, vedere la versione professionistica del suo sport gli sarà da stimolo per arrivarci, cosa che negli anni potrebbe non essere impossibile.

Se solo pensassimo al basket per esempio, e a quanto era distante anche solo vent’anni fa la NBA rispetto al campionato italiano, ci renderemmo subito conto che negli anni ’80 (si… sempre loro), l’idea che un italiano potesse giocare in NBA era un sogno… anzi, utopia. Eppure tra il 1995 e il 2013 sono approdati nella lega americana 6 italiani, tutti cresciuti sportivamente in Italia.

Potrebbe succedere con il football americano? Un italiano in NFL?

A dire il vero se andiamo indietro nel tempo, di italiani (o figli di italiani) in NFL ne potremmo trovare più di uno, ma non farebbe testo, diciamo che ultimamente l’italiano più famoso che ha calcato i campi della NFL è il milanese Giorgio Tavecchio, kicker di nazionalità italiana che però non è nato sportivamente in Italia ma negli Stati Uniti, dove ha fatto sia il college che l’high school, in ogni caso negli ultimi anni sono numerosi i ragazzi italiani (di scuola italiana) che sono volati negli USA (e in Messico) per approdare in una squadra di football universitaria (o high school), anche se ad oggi nessuno di loro è entrato a far parte della NFL, ma il gap piano piano potrebbe assottigliarsi.

Grazie all’abbassamento progressivo della soglia di età per iniziare a giocare a flag football, infatti, i nostri ragazzi diventano sempre più “competitivi” come dimostra il recente (2016) europeo under 15 vinto proprio dagli azzurrini sui pari età spagnoli, e quindi è ipotizzabile che nel corso degli anni, sempre più ragazzi dello stivale possano arrivare ad un livello tecnico tale da diventare i nuovi Moritz Böhringer, il wide receiver tedesco che dalla German League è passato nel 2016 ai Minnesota Vikings, oppure che possano seguire l’esempio di altri coetanei e trovare posto in high school o università americane dove continuare a coltivare il sogno del professionismo.

Non essendoci, per ora, il professionismo in Italia, avere una finestra “possibile” (auspicabile) sulla NFL è il massimo di quanto si possa aspettare un ragazzino, che magari inizia a giocare per caso (e per divertimento) a football all’età di 6-7 anni, ed è già un pianeta oltre quello che si poteva aspettare qualsiasi ragazzo degli anni ’80 o ’90 o 2000. Una tale prospettiva sarebbe un volano eccezionale per il football italiano.

Conclusioni: quindi cosa fare?

Se siete arrivati fin qui, il “cosa fare” dovreste averlo capito, quello che dovremmo fare, e che dovrebbe essere una priorità della Federazione, è promuovere la formazione di educatori e divulgatori che invadano letteralmente le scuole elementari, portando un nuovo “gioco” che possano fare bambini e bambine insieme, che non preveda un campionato o una qualsivoglia idea di “trofeo da vincere”, facendo appassionare i piccoli e insegnando loro gradualmente i fondamentali.

Le squadre, al tempo stesso, potrebbero fare esattamente la stessa cosa, creare dei vivai di under10 colmi di ragazzini/e che devono solo giocare (in modo continuativo… ricordate?) a flag football, giocare, giocare, giocare, tra di loro, senza che ci sia in palio alcunchè. Un limite, infatti, delle “dinamiche societarie” italiane, è che essendo il flag football uno sport che si gioca cinque contro cinque, pone le squadre nell’ottica del “numero minimo” per partecipare al campionato.

Usate l’under10 per reclutare non 5 o 7 ragazzini, ma 50, e fateli divertire giocando tra loro, perchè il futuro, e il patrimonio, di una società solida, sarà avere 50-100-150 bambini/e e ragazzi/e che giocano a flag dai 6 ai 15 anni.

Troppo difficile? Non ci sono i coach? Non ci sono le strutture? Però poi avete la senior che gioca a tackle football (e magari in Seconda Divisione)? Ah beh, allora perchè dovremmo puntare ad una crescita del nostro sport? Restiamo come siamo, è più semplice, salvo poi quando spariscono le squadre per mancanza di giocatori, allenatori, ricambio generazionale, ecc ecc ecc…